Può capitare di sentire fastidio nel momento in cui una persona che ci vuole bene vuole darci una mano. Come se non accettassimo quell’aiuto, che diventa un peso ulteriore in un momento di vita già di per sé difficile. Tante le motivazioni che possono esservi associate: sarà una mia fatica ad accettare la malattia e, di conseguenza, l’aiuto dell’altro? Voglio difendere la mia indipendenza a tutti i costi, anche nei momenti in cui il supporto dell’altro potrebbe essere per me prezioso? E’ possibile, ognuno ha la sua storia di vita, e diviene dunque cruciale esplorare i vissuti che si accompagnano. Potrebbe anche essere possibile però che il modo e/o il tempo in cui un nostro caro si propone di essere d’aiuto non risulti idoneo con le nostre esigenze. Nulla toglie alla loro buona volontà; eppure abbiamo bisogno di chiederci di che tipo di supporto necessitiamo, tutelando qualche nostro spazio di autonomia, qualora autentico. Non dobbiamo sentirci in colpa se quell’aiuto non è in linea con il nostro bisogno. Stare insieme, tenendosi per mano, dopo la diagnosi può richiedere un nuovo modo da scoprire, sia per noi che per l’altro. Parlarne e trovare questo nuovo approccio può essere un primo passo!

Valeria Sebri
Psiconcologa, Istituto Europeo di Oncologia